L’idea per questo post è nata qualche mese fa davanti alla TV, mentre stavo guardando il Festival di Sanremo.

Ogni anno la manifestazione canora registra in media il 50% di share. Ciò vuol dire che, con molta probabilità, tu che stai leggendo potresti essere tra i 12 milioni di spettatori che quest’anno hanno seguito il Festival; o conoscerai almeno qualcuno che avrà guardato una o più serate di questo appuntamento tutto italiano.

Che tu sia o meno un amante del Festival, dovrai ammettere che è veramente difficile resistere al fascino di una canzone, soprattutto quando si tratta di un brano di qualche tempo fa, come quelli che ho avuto occasione di riascoltare nelle numerose esibizioni che si sono susseguite sul palco tra un concorrente e un altro. E allora succede che all’improvviso, senza nemmeno rendercene conto, la mente corre indietro, facendo riaffiorare ricordi e emozioni del passato. Quella melodia riapre il file della nostra memoria emozionale, rievoca in noi immagini, persone, istanti, persino profumi che d’un tratto tornano a farsi nitidi, intensi. Ci sembra di rivivere le nostre piccole grandi storie di tutti i giorni in presa diretta, quasi come fossimo ancora lì per assaporarle con la stessa energia di allora, vedendo scorrere davanti ai nostri occhi gli errori e i piccoli successi.

Ma cosa voglio dire con questo? Voglio dire che sono le esperienze a forgiarci e a farci crescere: ci insegnano e ci fanno apprendere in modo assoluto ed eterno.

Quando eravamo bambini, e poi ragazzi, giocando con i nostri amici e compagni abbiamo appreso come si vive da adulti, abbiamo imparato inconsapevolmente dei comportamenti che ci sarebbero tornati utili con la maturità.

Non avrei mai pensato, per esempio, che una caccia al tesoro mi avrebbe insegnato a ricercare e raccogliere informazioni, che mi avrebbe influenzato nel tempo, aiutandomi a raggiungere i miei obiettivi, anche con il supporto degli altri come accade in un vero team di lavoro.

Non avrei mai pensato che un gioco semplice come nascondino avrebbe posto le basi per una capacità di osservazione e visione sistemica, e che mi sarebbe tornato utile nella mia vita da adulto e nel mio lavoro.

Non avrei mai pensato che costruire una macchina insieme agli amici con quello che trovi nella cantina dei nonni si sarebbe rivelata un’ottima occasione per sviluppare capacità di problem solving, gestione delle risorse, integrazione e collaborazione.

Non avrei mai pensato che “truccare” il primo motorino con le proprie mani, e con l’aiuto di un fidato amico meccanico per farlo andare più veloce dei canonici 30 km orari, potesse essere propedeutico a una consapevole valutazione dei rischi, di senso della sfida e capacità di sperimentare innovando.

Ebbene, quei tempi sono sicuramente andati, ma ricordiamo perfettamente tutta l’energia che ci abbiamo messo, il coinvolgimento personale e di gruppo, l’emozione di provare…

Da adulti ci dimentichiamo della vastità di cose che abbiamo imparato grazie a quelle esperienze. Con il passare degli anni apprendiamo con maggiore difficoltà, sostanzialmente perché giochiamo sempre meno e, a volte, ci appassioniamo sempre meno. Eppure, tutte le esperienze apprese durante l’infanzia e l’adolescenza sono ancora lì, dentro di noi e ci aiutano nelle sfide e nelle difficoltà di tutti i giorni.

Spesso ci lasciamo imprigionare dal pregiudizio, dalla convinzione che siamo troppo grandi per giocare. Niente di più sbagliato: il gioco può aiutarci a crescere e ad affinare le nostre doti e capacità, anche da adulti, rendendoci dei professionisti migliori e più consapevoli.

Il mio lavoro di formatore negli anni mi ha confermato, e continua a confermarmi, che la formazione più utile è quella che valorizza la praticità e l’esperienza. Quella, appunto, del coinvolgimento personale attraverso il gioco.  

E allora perché non giocare ancora?