Apro qualche giorno fa l'inserto del Corriere “Liberi Tutti” e trovo un bellissimo articolo scritto da Edoardo Boncinelli, genetista, che parla dell'importanza di giocare e subito penso: è facile farlo quando si è artisti, creativi, startupper, anche scienziati, nel senso che il gioco – e quindi il rischio – è parte della partita.

In azienda giocare è forse più difficile, perché abitualmente viviamo come inverosimile il binomio gioco-lavoro. Il gioco però – camuffato e venduto come "serious game" o "role play" – è paradossalmente già in azienda. Solo che spesso è... un gioco noioso. Ma questo è un vero e proprio ossimoro!

Come ciò accade? Per due motivi principalmente:

  • Il gioco che progetto è troppo simile alla realtà. La verosimiglianza – soprattutto se si tratta di uno strumento di engagement – fa sì che parte della magia svanisca. Da qui la possibile noia.
  • Il gioco come metafora narrativa e meccanica funziona, ma... è brutto, perché ormai siamo abituati alla PlayStation e alla Xbox e quei giochi lì sono graficamente molto curati. Quindi nessuno gioca.

Noi uomini rimaniamo ‘cuccioli’ molto a lungo e quindi ci piace giocare tutta la vita. Ed è giusto e consigliabile farlo! Bisogna essere indulgenti con la nostra voglia di giocare e sentirsi liberi di farlo.

Come possiamo quindi seguire il suggerimento di Boncinelli anche in azienda? Secondo noi portando il gioco, quello vero, in azienda, facendo in modo che la forza della meccanica e della metafora si sposi con i grandi obiettivi aziendali e diventi leva per il coinvolgimento dei collaboratori, per la crescita – personale, professionale, del singolo o del gruppo – e la diffusione della cultura aziendale.

Il vantaggio di pensare e progettare giochi – per lavoro e per passione! – avendo una chiara lettura della realtà corporate è la nostra chiave di volta per introdurre davvero il gioco in azienda: perché non è vero che al lavoro non si può giocare (il biliardino di Google e Facebook è davvero solo la punta visibile di questo iceberg!), e anzi farlo può significare anche imparare qualcosa di più del contesto nel quale lavoriamo.

Qualche mese fa abbiamo sviluppato un gioco su piattaforma per una multinazionale con l’obiettivo di raccontare la storia del brand a tutti i collaboratori, per far sì che questa storia diventasse anche una delle leve nel racconto di vendita e nell’interazione con i clienti. La metafora narrativa che abbiamo sviluppato per raccontare il marchio, che si rifaceva a un film iconico degli anni Ottanta, e la gara sottostante a squadre con tempi serrati per l’allenamento e per le prove ufficiali hanno portato al coinvolgimento del 90% dei collaboratori sparsi sul territorio. E tutti, alla fine, ne sanno davvero di più.

Potevamo chiamarlo serious game? E simulazione virtuale? E portale di conoscenza della storia del brand? Sì, ma abbiamo scelto di chiamare il progetto con il suo nome: è un gioco, con meccaniche ben precise ed esplicite, con un regolamento e con dei premi, con test da superare e missioni da compiere, con dinamiche sia competitive sia collaborative. Chiamare i progetti con il proprio nome, spiegando ai clienti l’importanza di portare il gioco, e non solo l’idea sottostante, in azienda diventa cruciale.

Perché non è vero che l’esperienza formativa è per forza in aula tutti seduti, noiosa e frontale, ma è anche scoperta, divertimento e, non da ultimo, gioco.