Ci capita spesso di progettare dei percorsi formativi che includono al proprio interno delle Learning Community, cioè delle community di persone che partecipano a un programma formativo e che si riuniscono intorno a un oggetto di apprendimento. Un community manager è “custode” della conversazione e si occupa di stimolare, monitorare e moderare gli scambi fra i partecipanti.

Le learning community danno molte opportunità a chi lavora nel Training e nello Sviluppo:

  • Allungano l’apprendimento anche al di fuori della dimensione d’aula
  • Permettono di condividere best practice e favoriscono la messa in pratica dei comportamenti appresi
  • Favoriscono lo sviluppo dell’engagement di chi partecipa attivamente al percorso
  • Mettono in contatto fra loro persone che talvolta sono dislocate sul territorio, favorendo il loro senso di appartenenza all’azienda

Eppure non basta fornire alle persone uno strumento di conversazione perché le Learning Community abbiano successo: nel tempo abbiamo imparato che ci sono alcune best practice che favoriscono una buona riuscita di percorsi di community interni. Ne condividiamo qualcuna qui.

1. La massa critica

Cari scienziati, perdonateci se prendiamo in prestito dalla fisica il concetto di massa critica, ma oggi casca proprio a fagiolo: questa parola indica, in estrema sintesi, la quantità di materiale necessario affinché si scateni una reazione a catena.
Questo concetto vale anche per le learning community: se il numero di partecipanti è troppo basso, non è possibile aspettarci che dalla community scaturisca una vera e propria conversazione.
Il numero di partecipanti necessario varia a seconda di alcuni elementi (la cultura organizzativa, l’età media della popolazione, la digital readiness e la social attitude…). Nel progettare la tua learning community, non dimenticare di tenere in considerazione questi fattori e analizza il tuo target prima di partire!

2. Se la costruisci funzionerà… o forse no.

Field of Dreams, un film del 1989, racconta della costruzione di un campo di baseball a opera di un contadino americano. Da questo film è nato un modo di dire che si è diffuso soprattutto all’estero: “If you build it, they will come” (“Se lo costruisci, ci verranno”).
Attenzione però: per le community questo modo di dire non sempre è valido. Possiamo predisporre una tecnologia che favorisca la conversazione, ma non è detto che le persone decidano di abitare attivamente questi spazi.
Come fare allora per accertarci di ottenere un buon riscontro e per aumentare ancora di più l’engagement? La risposta c’è, e si chiama co-design: co-progettare gli ambienti di community e costruire insieme una netiquette può essere un modo per favorire la nascita di un senso di appartenenza, ancora prima che la community venga inaugurata.

3. La forma non è tutto (eppure conta molto)

Preferisci essere “convocato” a un corso di formazione, oppure essere “invitato”? Trovi più gradevoli 20 slide in PowerPoint oppure un’unica infografica?
Nella formazione più tradizionale la qualità del percorso formativo equivaleva unicamente alla qualità del contenuto che veniva trasmesso. La competenza tecnica del formatore rimane ancora oggi importantissima, ma crediamo che oggi la comunicazione possa offrire un vero valore aggiunto alla formazione.
Crediamo che la figura del community manager sia cruciale per il successo di un percorso formativo: si tratta di una persona che ha competenze di comunicazione digitale, e che può lavorare fianco a fianco con il formatore per tradurre i contenuti in un linguaggio più adatto al mezzo.

4. L’essenziale è invisibile agli occhi, ma non sfugge ai dati!

I segnali più importanti sullo stato di “salute” della community spesso sono invisibili agli occhi. Quante persone sono entrate nella community questa settimana? In percentuale, ci sono stati più o meno visitatori rispetto alla settimana scorsa? Quanti di loro sono entrati oggi per la prima volta? Quante persone accedono regolarmente alla community rispetto alla totalità delle persone coinvolte nel percorso?
Analizzare i dati è essenziale per individuare le azioni successive e per elaborare i messaggi più efficaci da condividere con i partecipanti. Pensa che oggi è persino possibile personalizzare le comunicazioni per e-mail sulla base del comportamento di navigazione sulla community…

5. Don’t make me think!

Un famoso libro sull’usabilità si intitola Don’t make me think (“Non farmi pensare!”): questo principio dovrebbe guidare qualunque progetto digitale. Immagina di invitare degli ospiti per cena: metteresti degli ostacoli in corridoio che renderebbero complicato raggiungere la sala da pranzo? O piuttosto faresti ordine e toglieresti gli oggetti “di troppo”, che intralciano il cammino?
Il principio che guida il design degli spazi digitali è lo stesso. Le community devono essere di semplice utilizzo per le persone che le dovranno vivere: strumenti macchinosi, sgradevoli, o non ottimizzati per smartphone e tablet possono disincentivare la partecipazione anche delle persone più volenterose.
L’engagement passa anche dalla cura degli ambienti, fisici e digitali che siano: non dimentichiamolo!


Grazie per aver letto l’articolo fino in fondo! Se hai domande sulle Learning Community, lasciaci un commento. Se ti interessa l’argomento e vuoi saperne di più, scopri la formazione in Wingage.